Il posto delle favole...
Il posto delle favole
...luogo di scambio tra culture differenti  

Giorgia rabbiosa

        Custa fit una femina mala, chi si giamaiat Giorgìa Rabbiosa. Fit ricca meda ma taccanza che frommija. Issa aìat lamas de ozu a muntones e saccos pienos de trigu. Ma guai a nde li dimandare mesu imbudu, ca li si faghìa sa cara mala de istrìa.

         Duncas, un’annu de siccanza, chi c’aìat brusjadu s’incunza a mesa Sardigna (un’annada mala chi ancora meda s’ammentana), issa sola, Giorgìa Rabbiosa, mandigaìat a sette calvanos, ca proite no li mancaìat nudda.

         E tanto nachi chi una notte b’andana duos omines: duos balentes, a chi li furare calchi saccu ‘e trigu e unu labiolu ‘e ozu, a su mancus.

         Ma Giorgìa aìat una Rocca chi giraiat a sa sola candu calincunu s’acculzaiat a sa domo. Los hat intesos arrivire e tando nachi ha nadu, muilende che bentu:

         - Giorgìa, Giorgìa! C’ha zente in domo tua!

E cheriat narrere istranzos.
          E tando nd’essit Giorgìa Rabbiosa, arrabiada che trau:

          - Como los acconzo deo!

         Lean cuddos duos, magari fin balentes, e si che fuene che lampu, ca l’aìan timida, tantu fit fea e arraiulada, cun sos ogjos mannos in fora.

         Ma unu de issos, però, ha trambucadu e ch’est ruttu a terra. Tando Giorgìa che li sezit in subra, manna e rassa comente fidi, e l’ha ligadu bene istrintu cun d’unu tranne. E daboi l’ha nadua sa Rucca:

         - Inchende su furru e ponechilu intro, chi gai imparat, custu ladrone.

         Sa Rucca, sempre rodula rodulende, che ispinghe cuddu poverittu in sa bucca ‘e su furru. Ma cuddu s’esisoltupropriu a s’ultimu e, né maccu né sabiu, c’ha iscuttu sa Rucca intro ‘e su furru azesu. E subitu si ch’est fuidu.

         E tando nachi chi cando Giorgìa Rabbiosa s’est abista chi sa sua bella Rucca fadada fit brusjada, s’è posta a pianghere e a ticchirriare pro su disisperu:

         - Ohi, Rucca mia bella amada:
         comente fatto modo a filare?
         Sa domo mia chie l’hat a gualdiare?
         Ohi chi so arruinada!

         E narana chi pro su dispiaghere, Giorgìa Rabbiosa s’est tando mudada in d’una chiculedda. E dae dando nachi chi sas chiculeddas sun tottu Giorgìa Rabbiosa chi bolat a de die e a de notte, zerriende e pianghende sa Rocca sua amada, chi li faglia de gualdia a sas lamas de s’ozu e a sos saccos de trigu.

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Giorgia Rabbiosa

        C’era una donna cattiva, che si chiamava Giorgia Rabbiosa. Era molto ricca, ma avara come una formica. Essa aveva recipienti pieni d’olio a mucchi e tanti sacchi pieni di grano. Ma guai a chiedergliene anche solo mezzo chilo, perché le si faceva il viso brutto da strega.

         Dunque, un anno di siccità, che aveva bruciato i raccolti di mezza Sardegna (una brutta annata che ancora molti ricordano), soltanto lei, Giorgia Rabbiosa, mangiava a sette palmenti, perché non le mancava nulla.  

       E allora si racconta che una notte andarono due uomini: due coraggiosi, per rubarle qualche sacco di grano e almeno una pentola di olio.

         Ma Giorgia possedeva una Rocca che girava da sola quando qualcuno s’avvicinava alla casa. Lì sentì arrivare e allora gridò, muggendo come il vento:

         - Gorgia Giorgia! C’è gente in casa tua!

         Voleva dire che si trattava di estranei. E allora ecco uscire Giorgia, furibonda come un toro:

         - Adesso li aggiusto io!

         I due uomini, sebbene fossero coraggiosi, scapparono via come fulmini, impauriti, tanto era brutta e rabbiosa, con gli occhi enormi fuori dalle orbite.

         Ma uno di loro, però, inciampò e cadde a terra.

         Allora Giorgia gli si sedette sopra, grande e grassa com’era, e o legò ben stretto con della corda. E poi disse alla rocca:

         - Accendi il forno e metticelo dentro, cosi imparerà questo ladro.

         La rocca, sempre girando e rigirando, spinse il poveretto fino alla bocca del forno. Ma l’uomo riuscì a liberarsi all’ultimo momento e, senza pensarci troppo, spinse la Rocca dentro il forno acceso. E subito scappò. E allora dicono che quando Giorgia rabbiosa si accorse che la sua bella Rocca fatata era bruciata, si mise a piangere e a gridare di disperazione:

         - Ohi, Rocca mia bella amata: come farò ora a filare? La mia casa ci potrà custodire? Ohi che sono rovinata!

         E raccontano che per il dispiacere, Giorgia rabbiosa si trasformò allora in una cicala. E da allora si dice che le cicale sono tutte Giorgia rabbiosa che vola di giorno e di notte, frinendo e piangendo la sua Rocca amata, che faceva la guardia ai recipienti dell’olio e ai sacchi di grano.

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